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Perché Internet mi prende per una mamma anche se io non voglio figli?

Ovvero: perché usare una tecnologia avanzata alla vecchia maniera?

Dopo la condivisione del video che abbiamo realizzato per THRON sull’importanza di avere un motore raccomandativo che sappia non solo distinguere un chihuahua da un muffin, ma anche a chi mostrare l’uno o l’altro (o entrambi, o nessuno dei due), ho ricevuto un commento che mi ha fatto riflettere.

Partiamo dal video.

Marta mi scrive su LinkedIN:

“Ti confesso che la questione della profilazione del target mi lascia qualche dubbio.

Mi sono accorta che da almeno due anni spesso quando navigo mi compaiono pubblicità di test di gravidanza o contenuti riguardanti la maternità. Internet mi prende per un’aspirante mamma, ma ho 32 anni e di certo non voglio figli, almeno non ora. Consulto spesso dei blog “al femminile”, è vero, ma non ho mai fatto ricerche specifiche su come rimanere incinta o questioni correlate e sinceramente finora sono riuscita a sopportare i bambini solo per poche ore, solo dietro compenso (ho fatto la babysitter).

Essere donna in età fertile basta per far pensare a una macchina che io voglia per forza di cose diventare mamma?

Tra l’altro tutte quelle foto di bambini iniziano a farmi venire l’angoscia, producendo l’effetto opposto a quello desiderato dai marchi che pagano quelle pubblicità.”

Cara Marta,

la tua considerazione mi ha divertito, ma anche fatto pensare.

Una società sessista rende tale anche il motore raccomandativo?

Sembrerebbe di sì, a quanto mi scrivi. E quindi dà per scontato che tu, in quanto donna in età fertile, sia interessata a figliare.

Io non ho mai ricevuto inviti alla procreazione e nemmeno consigli per dei regali di Natale ai miei figli.

Eppure i figli li vogliamo anche noi uomini. I regali di Natale li compriamo anche noi.

I discriminanti pregiudizi umani rischiano di rendere ottusa l’intelligenza artificiale?

Di certo, anche nel tuo caso, la comunicazione si illude di sapere cosa ti interessa, perché teoricamente concepita come “personalizzata”. Probabilmente è destinata a un gruppo di persone (cluster) accomunate da dati molto generici, senza tenere in considerazione gli interessi di ogni singola persona. I tuoi reali interessi.

Mi viene da dire che alla Comunicazione non serve una tecnologia avanzata (che sa personalizzare) se poi pensa alla vecchia maniera (considerando larghi cluster).

Un DAM Intelligente magari ti mostrerebbe scuole di specializzazione professionale o libri che riguardano il tuo lavoro. Offerte rilevanti per i tuoi gusti, le tue passioni, la tua vita vera. Voli da prendere e viaggi da fare, a seconda di cosa davvero ti interessa.

Tu non mi hai descritto i tuoi interessi nel messaggio, ma un’azienda o un portale che utilizzasse un DAM Intelligente potrebbe scoprirlo senza dovertelo chiedere. Evitando di infastidirti con intempestive sollecitazioni alla riproduzione. E magari suggerendoti i metodi anticoncezionali più in linea con le tue scelte di vita attuali.

Per una comunicazione efficace (e rispettosa) c’è bisogno di più Content Intelligence e di DAM che la rendano possibile. Oltre che, ovviamente, un’intelligenza umana in grado di generare della comunicazione contemporanea.

Quando scrissi la ricerca “come la pubblicità racconta le donne e gli uomini in Italia”, posi l’accento proprio sulla necessità di una comunicazione più contemporanea e meno ancorata a obsoleti stereotipi di genere.

La narrazione della donna italiana fatta dalla comunicazione commerciale (nel 2013) non era stata complessivamente né contemporanea né onesta, veritiera e corretta. Perché l’81,27% delle donne “narrate” erano solo un piacevole e frivolo “oggettino erotico”.

Mentre gli uomini erano rappresentati soprattutto come seri e autorevoli professionisti (solo in un caso su 5 l’uomo era caratterizzato come semplice “oggettino erotico”).

In un’Italia in cui da quasi 25 anni le donne si laureano più, prima e meglio dei colleghi maschi, questa rappresentazione era (e rimane) del tutto anacronistica. Ma contribuisce a mantenere arretrate e cristallizzate in stereotipi da società patriarcale quelle aree del Paese meno esposte a stimoli culturali diversi.

Credo che la Content Intelligence possa nel tempo diventare un fattore di coevoluzione per la comunicazione di massa e di conseguenza per la nostra società. Perché utilizzandola i reparti marketing toccheranno con mano i reali interessi di quella parte del target (l’altra metà del cielo) a cui ancora tende a rivolgersi con linguaggi stereotipati e poco contemporanei.